"mi do alla poesia perché al momento non vi è nulla di più rivoluzionario" (mio pensiero mattutino)
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 Il mio primo libro di poesie:

DUE GRANELLI NELLA CLESSIDRA

 Ed. LietoColle

More about Due granelli nella clessidra

... due argomenti universali si trovano qui declinati con estrema precisione e determinatezza: lo spazio e il tempo. Così come il tema del tempo balza agli occhi con icastica urgenza nel titolo della silloge, in quella clessidra semivuota che è poi non a caso anche l'incipit di una poesia, parallelamente le due sezioni in cui si articola la raccolta, "Paesaggi possibili" e "L'altrove", evocano immediatamente una spazia­lità che si gioca tra la concretezza e la potenzialità.  

E, come si è detto, questa geografia dell'anima che percorre i testi è ali­mentata da riferimenti precisi e determinati, fra cui senza dubbio emer­ge inconfondibile il profilo di Torino, la città dell'autore. Una Torino in­dividuata con un'esattezza toponomastica e descrittiva che stempera il coinvolgimento emotivo dell'autore verso i paesaggi e i personaggi che animano le scene di vita urbana quotidiana.  

[...] Il tempo esatto del passaggio degli autobus che si contrappone e completa un altro tempo, un tempo che sfugge e che spesso non si riesce a definire [...]Le ore, gli attimi che sfuggono ritornano con una ricorsività che si fa qua­si angoscia  

[...] (e) una figura di donna ad apparire al termine della raccolta, una "sconosciuta" che piace pensare sia figura della poesia stessa

  (dalla prefazione di Serena Focaccia)

 

  


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arte
"Dove c'era il lago" - Antonio Natile
16 giugno 2011



Questa raccolta, la prima per Antonio Natile, edita LietoColle, prende un titolo opposto e contrario al suo contenuto. Lo fa con un tono provocatorio e vivido.

“Dove c'era il lago”

Un lago non c'è mai stato da che memoria insegna, nella terra, in questa terra di Puglia, in questo lembo increspato dalla roccia affiorante che ha dato all'autore i natali. Noci, posta sulla Murgia dei Trulli. E' la terra in cui l'acqua si muove in maniera sotterranea, appare improvvisa, si nasconde per esserci. E' lampante la chiave di paragone in merito alla Poesia stessa, che evita le superfici, ma si deposita sul fondo per farsi scoprire e trovare: è la poesia del nostro autore, la sua poetica densa di sottrazione. Così come non c'è il lago tra queste pagine, non c'è nemmeno la Maria dell'epigrafe cui è dedicata l'intera opera:

“ A Maria, / perchè così avrebbero dovuto/ chiamarti”

E' un testo quindi che si colora di assenze per punteggiare i profumi di una realtà concreta dura come la pietra: emblema della forza che addensa la materia e la fissa con aria, acqua e ...mistero. E' la chimica dei sentimenti e delle radici che si manifesta con prudenza e forte dignità. Privata della fretta del presente, anacronistica, ha un ritmo scandito da un altro fuso, quello della storia, delle origini, dei nostri anziani e delle loro narrazioni la domenica alle panchine della piazza centrale, un sapore così perfetto nella sua terrestrità che si raggruma tra le parole evocando immagini rotonde, piene. L'autore porta con se', si fa carico di una memoria collettiva che è non sua, non soltanto sua, ma in quanto collettiva è anche la sua, ne è egli stesso tassello musivo e irregolare, così come irregolare ma dinamico è il percorso ora tra la poesia in purezza, ora tra la narrazione che apre finestre oltre la coerenza della poesia, neo icona di pietra, nel nome di quell'oralità tanto cara all'infanzia e alle generazioni che sono state e non solo. Ulteriore segno, direi fortissimo segno ancora, non a caso, è l'uso del dialetto che amplifica i contorni di quest'altare espressionista, dialetto vivo e strutturale che interviene là dove la lingua italiana non bastando a se stessa ha bisogno delle punte e delle asprezze sonore di consonanti che hanno la forma e la trama non dissimile dalla roccia. Il dialetto quindi, anzi è lingua dialettale, intraducibile nella sua ala, nei suoi voli lessicali, semmai interpretabili o avvicinabili, perchè reali oltre ogni simulacro. E' un testo questo che tende alla nozione collettiva del mondo, e lo fa con costante passione: ''l'io'' diventa ''noi'' e racchiude un'altra verità che ha connotazioni politiche. Maria Grazia Calandrone nella prefazione ai versi lo sottolinea felicemente annotando un'importante differenza : “ (…) Non stiamo parlando di poesia civile, stiamo parlando di un modo civile di fare poesia, perché comunque resta la sovversione, la radice esposta, il rovesciamento che sono congeniti alla funzione-poesia e che formano squarci di dubbio nelle apparenze, pure quando esse vengono consolidate con parole come intonaco e calce e cemento.”

Una poesia però che per dispiegarsi ha bisogno del senso della vista, il poeta guarda e restituisce la nuova dimensione acquisita, ma lo fa servendosi di una sorta di cubismo analitico tanto caro alla pittura. L'autore è egli stesso spettatore che guarda e subisce l'azione poetica, protagonista che la vive in divenire, nonché abile regista della scena. Ma occorre tener presente, in questo contesto, l'indicazione nell'ultimo verso che chiude l'intera raccolta, preziosissimo monito e corona: “Tutto andava visto da lontano” per questa che ancora prima d'essere l'impellenza energetica al fare poetico, è sacralità che apre feritoie in noi.

Pubblicato su ''Il Paese Nuovo'' del 14 maggio 2011


“Dove c'era il lago” - Antonio Natile

LietoColle, marzo 2011.

ISBN: 978-88-7848-629-4


Recensione a cura di

Irene Ester Leo

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